Storia

El-Alamein 23 ottobre – 6 novembre 1942
l’Epopea della Divisione Paracadutisti “Folgore”

L’ULTIMA BATTAGLIA

Mentre le forze italo-tedesche erano sempre in attesa di ricevere adeguati rinforzi e rifornimenti, sull’altra sponda grazie agli aiuti americani non c’era di che lamentarsi. Lo Zio Sam aveva fatto affluire nei porti egiziani carri armati, artiglierie, automezzi, montagne di munizioni e milioni di litri di carburante. L’aggravarsi della situazione militare sul fronte dell’est, non aveva consentito a Berlino di inviare ulteriori rinforzi in Africa settentrionale, cosi come lo Stato Maggiore italiano aveva pensato bene di inviare sul fronte russo mezzi e uomini che sarebbero stati di vitale importanza per il conseguimento del successo sul fronte africano.Mancarono la fortuna e non il valore come si scrisse dopo, ma mancò anche nelle nostre alte gerarchie militari la volontà di vincere, quasi come se qualcuno stesse veramente già pensando ad una pace con gli alleati e pur di raggiungerla
stava portando allo sfacelo le nostre forze armate. Quindi la famosa frase potrebbe essere modificata in “Mancarono la fortuna, i mezzi e la volontà, che resero vano il valore dei nostri soldati”.Durante il periodo antecedente la fase finale della battaglia i reparti italo-tedeschi furono impegnati nel fortificare le posizioni difensive e stendere una vasta fascia di campi minati, i cosiddetti “giardini del diavolo”, zone di terreno zeppe di mine e trappole esplosive.

LE FORZE IN CAMPO

‘Armata Corazzata Italo-Tedesca, alla vigilia dell’ultima battaglia di El Alamein, allineava: a nord il XXI Corpo d’Armata (Gen. Gloria) compredente le divisioni di fanteria italiane Trento e Bologna, la 164a infanteriedivision tedesca e due battaglioni della brigata paracadutisti Ramcke. La presenza di reparti misti alternati, italiani e tedeschi, fu ritenuta necessaria da Rommel, alfine di bilanciare l’insufficiente armamento italiano. A sud, il X Corpo d’Armata (Gen. Frattini) con le divisioni di fanteria Brescia e Pavia, la divisione paracadutisti Folgore e gli altri due battaglioni della Brigata Ramcke.

Dietro questa prima linea c’erano le forze corazzate mobili: a nord la 15a Panzer e la divisione corazzata Littorio (Gen. Bitossi), a sud la 21a Panzer e la divisione corazzata Ariete (Gen. Arena). La divisione motorizzata Trieste (Gen. La Ferla ) e la 90a divisione leggera tedesca erano dislocate ancora più a tergo dello schieramento, lungo la fascia costiera, per respingere un eventuale sbarco inglese. L’intero schieramento comprendeva in totale: 104.000 uomini (circa 55.000 italiani), 751 pezzi di artiglieria, 522 pezzi anticarro, 489 carri armati (211 tedeschi, 278 italiani), poche decine di autoblindo, 675 aerei (di cui solo 150 tedeschi e 200 italiani efficienti).L’Ottava Armata inglese schierava invece, a nord, in prima linea, il XXX Corpo d’Armata (Gen. Leese), comprendente la 9a divisione australiana, la 51a “Highland”, la 2a neozelandese, la 1a sudafricana e la 4a
indiana. Più a sud, c’era il XIII Corpo d’Armata (Gen. Horrocks), comprendente le divisioni di fanteria 50a e 44a , la brigata della “Francia Libera” e un gruppo di brigata greco.

In seconda linea, a tergo del XXX Corpo, c’era il X Corpo d’armata (Gen. Lumsden), con le divisioni corazzate 1a e 10a, mentre dietro al XIII Corpo c’era il grosso della 7a Divisione corazzata. A disposizione di Montgomery c’erano inoltre inoltre, una brigata indiana, una brigata corazzata, due brigate di artiglieria contraerea e una brigata di fanteria indiana. In totale: 220.000 uomini, 1348 carri armati, 400 autoblindo, 939 pezzi di artiglieria, 1200 aerei da caccia e da bombardamento.Già da queste cifre la sproporzione delle forze è alquanto evidente, se poi iniziamo a considerare anche la qualità degli armamenti la situazione delle forze dell’Asse era catastrofica. Le formazioni corazzate inglesi disponevano di 285 carri Sherman, 246 Grant, 421 Crusader, 167 Stuart, 223 Valentine e 6 Matilda. I 489 carri dell’Asse, comprendevano 239 carri medi e 20 carri leggeri
italiani, nettamente inferiori ai carri Sherman e Grant di costruzione americana ma anche ai Crusader inglesi. Inferiori erano anche i 30 carri leggeri tedeschi Panzerkamfwagen II, mentre i 170 PanzerKampfwagen III reggevano appena il confronto. Gli unici carri superiori a quelli nemici erano i 38 Panzerkampfwagen IV tedeschi, alcuni dei quali montavano il cannone da 75mm.Da parte italiana, gli unici mezzi validi erano i semoventi da 75/18, delle divisioni corazzate Ariete e Littorio. Per quanto riguarda le armi anticarro, gli italiani disponevano del superato pezzo da 47/32 e i tedeschi dell’altrettanto inefficace 50/35. Gli unici pezzi di rilievo erano il cannone da 88/55 tedesco, vero terrore dei carri nemici, e il cannone italiano da 90/53.Gli inglesi erano dotati dell’ottimo pezzo da 57mm entrato in servizio proprio nell’estate del ’42. L’artiglieria nemica era
quantitativamente e qualitativamente nettamente superiore, considerando anche che la maggior parte dell’artiglieria italiana allineava ancora vecchi cannoni risalenti alla prima guerra mondiale. Ai 1200 aerei della RAF Rommel poteva opporre solo 700 aerei (di cui efficienti solo 150 caccia e 180 bombardieri.

OPERAZIONE LIGHTFOOT

‘Operazione Lightfoot messa a punto dallo Stato maggiore di Montgomery prevedeva un massiccio attacco nel settore settentrionale del fronte, con le quattro Divisioni del XXX Corpo e le due Divisioni corazzate del X Corpo, mentre nel settore meridionale, sarebbe stato lanciato un attacco diversivo, per mascherare la direttrice principale dell’offensiva.

Alle 20.40 (ora del settore italo-tedesco) del 23 ottobre 1942, l’artiglieria inglese con circa mille pezzi da campagna aprì il fuoco contro le posizioni italo-tedesche ad El Alamein: un uragano di fuoco si rovesciò sulle teste dei nostri soldati. Inizialmente vennero colpite le posizioni dell’artiglieria poi dopo quindici minuti il fuoco fu diretto contro le posizioni difensive avanzate. Poco dopo la fanteria nemica si mosse per aprire i varchi nei campi minati per il passaggio dei mezzi corazzati. Ovunque si accesero furiosi combattimenti che videro impegnati per primi i battaglioni del 62º Reggimento della divisione Trento e quelli del 382º Reggimento tedesco (164a Infanteriedivision).Nel settore nord del fronte l’attacco della 9a divisione australiana e della 51a inglese, permise una prima penetrazione dei carri della 1a e 10a divisione corazzata all’interno del dispositivo difensivo italo-tedesco. Un pronto contrattacco della Trento, da parte del III Battaglione del 61º Reggimento, appoggiato dai cannoni del I e III Gruppo del 46º Reggimento, riuscì a bloccare l’offensiva nemica, lasciando i fanti e i carri nemici in balia in mezzo ai campi minati. Al centro dello schieramento, anche l’attacco della 4a divisione indiana contro la cresta di Ruweisat venne bloccato dai fanti della divisione Bologna. Più a sud ci pensarono i paracadutisti della Folgore a fermare la fanteria della 44a divisione inglese e i carri della 7a divisione corazzata: i parà dell’VIII battaglione guastatori e del VII battaglione del 186º Reggimento, agli ordini del tenente colonello Ruspoli, grazie all’appoggio del V Gruppo di artiglieria e di alcuni panzer tedeschi bloccarono in mezzo ai campi minati gli inglesi.Un altro attacco di una formazione mista comprendente inglesi e francesi quasi al confine della depressione di El Qattara cozzò contro le difese del V battaglione del 186º reggimento a Nagh Rala. Un contrattacco portato dai paracadutisti insieme al II battaglione del 27º reggimento della divisione Pavia frenò definitivamente l’offensiva nemica.Nei cieli di El Alamein i piloti italiani del 4º e 5º stormo caccia e del 50º stormo d’assalto, a bordo dei superati Fiat CR.42, si stavano battendo valorosamente contro la superiorità aerea della RAF.Al mattino del 24 ottobre, Montgomery non poteva dirsi certo soddisfatto circa l’andamento delle operazioni: malgrado qualche piccolo successo locale il grosso delle sue forze era ancora bloccato davanti ai campi minati antistanti lo schieramento difensivo nemico. Per incitare i suoi comandanti di divisione a fare meglio, arrivò addirittura a minacciarli di sostituzione.Sul fronte italo-tedesco vennero lanciati una serie di contrattacchi per ristabilire la linea del fronte ed eliminare le brecce aperte in seguito all’attacco nemico. Sul fronte meridionale il contrattacco portato dai paracadutisti della Folgore pur concludendosi positivamente costò la vita al comandante Ruspoli. In quelle ore cadde anche il generale Stumme, stroncato da un attacco cardiaco mentre la sua vettura era finita sotto il fuoco nemico.Bollettino n.882 del 25 ottobre 1942: “Dopo intensa preparazione di artiglieria il nemico ha attaccato i settori settentrionali e meridionale del fronte di El Alamein con importanti forze blindate e di fanteria. L’avversario, ovunque respinto, ha subito gravi perdite soprattutto in mezzi corazzati, di cui 47 risultano finora distrutti. La battaglia continua. L’aviazione britannica, intervenuta con poderose formazioni a sostegno dell’azione terrestre, è stata efficacemente contrastata dalla caccia dell’Asse che abbatteva 16 apparecchi in fiamme; altri 4 precipitavano al suolo sotto il tiro delle batterie contraeree”.

IL RITORNO DI ROMMEL

ntanto Rommel era ancora in convalescenza in Austria: non appena gli venne comunicato telefonicamente l’inizio dell’offensiva inglese non ci pensò due volte a far subito i bagagli per il fronte africano. Alle ore 23.25 del 25 ottobre, tutti i reparti italo-tedeschi sul fronte di El Alamein ricevettero il seguente messaggio: “Ho ripreso il comando della Panzerarmee – Rommel”.

Solo nel pomeriggio del 26 ottobre, gli inglesi ripresero l’offensiva, facendola sempre precedere dal fuoco di preparazione dell’artiglieria. A nord gli inglesi attaccarono nell’area denominata Kidney Bridge con la 9a divisione australiana e la 51a inglese: dopo alcune penetrazioni locali, l’offensiva venne bloccato dall’intervento dei reparti della 15a Panzer Division e della divisione corazzata Littorio. Sul fronte meridionale, ancora una volta l’attacco inglese portato dalla 44a divisione inglese venne fermato nei pressi di Deir el Munassib dai paracadutisti della Folgore.Il 27 ottobre, Rommel decise di contrattaccare nel settore settentrionale con la 90a leggera, la 21a Panzer e reparti dell’Ariete. Il tentativo fu vanificato dal potente fuoco di sbarramento dell’artiglieria nemica e dall’intervento dei bombardieri nemici che colpirono duramente le colonne italo-tedesche. Dal 28 ottobre si ritornò sulla difensiva: malgrado la superiorità dei mezzi a disposizione Montgomery non riusciva a creare un varco nella linea difensiva nemica. Questa situazione di attacchi e contrattacchi durò fino alla fine di ottobre, senza alcun risultato di rilievo né da una parte né dall’altra: un logorio continuo di uomini e di mezzi che giocava come già detto più volte, a favore degli inglesi.

OPERAZIONE SUPERCHARGE

partire dal 1 novembre Montgomery passò ai suoi comandi le ultime direttive per l’operazione Supercharge: il vecchio Monty voleva una volta per tutte travolgere le difese italo-tedesche con una massa corazzata appoggiata da tutta l’aviazione alleata disponibile. Questa volta l’attacco decisivo doveva essere portato nel punto di congiunzione tra lo schieramento tedesco e quello italiano, con il maggiore sforzo contro i reparti italiani ritenuti più vulnerabili.

Dopo il solito bombardamento dell’aviazione e dell’artiglieria, all’alba del 2 novembre iniziò l’attacco delle fanterie e dei mezzi corazzati. Mentre la 9a divisione australiana effettuava un attacco diversivo in direzione della costa, più a sud passando attraverso un varco creato nei campi minati la 9a Brigata corazzata (2a divisione neozelandese) doveva aprire la strada alle divisioni corazzate del X Corpo d’Armata (1a e 10a).Quando la 9a Brigata stava per giungere nei pressi della pista Rahman, venne a contatto con le difese anticarro tedesche, perdendo ben 73 dei suoi 94 carri nei combattimenti. Tuttavia il suo sacrificio non fu vano, dal momento che le altre divisioni corazzate inglesi riuscirono a passare attraverso lo schieramento nemico e ad ingaggiare battaglia.Il comandante del Deutsche Afrika Korps, generale Ritter von Thoma, si vide costretto a lanciare in combattimento tutti i mezzi corazzati ancora a sua disposizione, per tentare di fermate gli inglesi: i resti della 15a e 21a panzer e i reparti corazzati della Littorio e della Trieste. Appena un centinaio di carri contro più di duecento carri nemici: i nostri valorosi carristi a bordo degli M13 e M14 poco potevano contro i potenti Grant e Sherman, ma si lanciarono comunque all’attacco, per l’onore e per la patria.L’assalto nemico venne temporaneamente bloccato, e Rommel voleva approfittarne per effettuare un ripiegamento all’altezza di Fuka e salvare la maggior parte dei reparti italo-tedeschi. Ma il 3 novembre da Berlino e da Roma arrivò l’ordine di “mantenere a qualunque costo attuale fronte”. Nella serata del 3 novembre le divisioni italiane Littorio, Trieste e Ariete ricevettero l’ordine di ritornare in prima linea e prendere contatto con il nemico.Nel frattempo Montgomery proprio durante la notte tra il 3 ed il 4 novembre ordinò una manovra di aggiramento della sacca di Tell el Aqqaqir ed un attacco generale tra la costa e la depressione di Deir Abu Busat. La 9a divisione australiana travolse i reparti della 90a leggera, mentre le divisioni corazzate 1a e 10a piombarono sugli altri reparti del Deutsche Afrika Korps. L’Ariete si ritrovò isolata, mentre la Littorio continuava a battersi con gli ultimi 20 carri rimasti.Proprio l’Ariete insieme ai resti della Littorio e della 15a panzer venne impiegata per coprire la ritirata alle altre forze: finalmente da Roma, valutata l’inutilità della lotta ad oltranza, era giunto l’ordine di ripiegamento. I carristi dell’Ariete si sacrificarono fino all’ultimo quando venne inviato l’ultimo messaggio radio: “Carri armati nemici fatta irruzione a sud dell’Ariete; con ciò Ariete accerchiata. Trovasi
circa 5 chilometri nord-est Bir el-Abd. Carri Ariete combattono”.A proposito dei carristi italiani e della giornata del 4 novembre scrisse Rommel nelle sue memorie: “La disperata lotta dei piccoli e scadenti carri italiani del XX Corpo contro i pesanti carri britannici che avevano aggirato gli italiani, vide i nostri camerati battersi con straordinario valore… I carri armati della Littorio e della Trieste venivano abbattuti uno dopo l’altro dai britannici. I loro cannoni da 47mm, esattamente come i nostri da 50mm, non avevano alcuna efficacia contro i carri inglesi… La sera il XX Corpo italiano, dopo valorosa lotta, era annientato. Con l’Ariete perdemmo i nostri più anziani camerati italiani, ai quali, bisogna riconoscerlo, avevamo sempre chiesto più di quello che erano in grado di fare con il loro cattivo armamento”.Nel settore meridionale, le forze del X Corpo d’Armata italiano (le divisioni Brescia, Pavia e Folgore), pur essendo molto provate ma non annientate, si trovarono senza mezzi per poter effettuare il ripiegamento. Quando giunse l’ordine ai decimati reparti della Folgore, ormai era troppo tardi: senza autocarri i paracadutisti, mancando di viveri ed acqua, marciarono nel deserto trascinando le poche mitragliatrici e i cannoni rimasti. Vagarono così per tre lunghissimi giorni, finchè non furono tutti catturati dal nemico. Su 5.000 effettivi dell’organico iniziale, restavano solo 300 superstiti tra ufficiali e soldati.Il 5 novembre le forze italo-tedesche ripiegarono su Fuka, ed il 6 su Marsa Matruh; il 12 venne raggiunta la linea Tobruk-el Adem.

LE PERDITE

La battaglia di El Alamein costò all’Armata italo-tedesca 25.000 uomini, tra morti, feriti e dispersi, oltre a 30.000 prigionieri: tra questi ultimi anche 10.724 tedeschi, compreso il comandante dell’Afrika Korps, Generale von Thoma. Da parte inglese si lamentava la perdita di 13.560 uomini, tra morti, dispersi e feriti e 600 carri armati fuori combattimento. Vista l’enorme sproporzione di forze in uomini e mezzi all’inizio della battaglia, le perdite inglesi sono da ritenersi troppo alte.

TESTIMONIANZE DEL NEMICO

Quando si parla della battaglia di El Alamein si pensa subito a due nomi: Rommel e Folgore. I paracadutisti italiani si batterono da leoni, ma anche le altre nostre divisioni si comportarono altrettanto valorosamente. Le testimonianze che seguono, rivolte in modo specifico ai combattenti della Folgore, desideriamo dedicarle a tutti i soldati italiani che sacrificarono la loro vita in terra d’Africa combattendo con mezzi inferiori contro un nemico dieci volte superiore.

“…gli italiani si sono battuti molto bene. La divisione paracadutisti Folgore ha resistito al di là di ogni possibile speranza”. (Radio Cairo, 8 Novembre 1942)
“…la resistenza opposta dai resti della divisione Folgore è stata ammirevole”. (Reuter Londra, 11 Novembre 1942)
“…gli ultimi superstiti della Folgore sono stati raccolti esanimi nel deserto. La Folgore è caduta con le armi in pugno”. (BBC Londra, 3 Dicembre 1942)
“…dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore”. (BBC Londra, discorso del Primo Ministro Churchill, alla Camera dei Comuni).

OGGI

I territori compresi nella stretta fra El Alamein e la Depressione sono stati per tantissimi anni inesplorati; negli anni 50 Paolo Caccia Dominioni con il fidato serg. Chiodini hanno battuto il terreno ancora infido alla ricerca delle spoglie mortali dei combattenti che ora riposano nei rispettivi sacrari.

I beduini, avuto l’appalto dal governo egiziano per la rimozione dei relitti ferrosi, hanno letteralmente ripulito tutto il territorio e la fonderia di Alessandria ha utilizzato tale materiale fino a pochi anni fa! Poi più niente. Qualche raro reduce che tornava, qualche ancor più rara spedizione, ma sostanzialmente il teatro di tante miserie ha riposato e custodito le tante migliaia di dispersi che ancora la sabbia cela. La svolta avviene con la decisione del governo egiziano di aprire un nuovo “fronte del turismo”: la costa mediterranea. Nel volgere di poco tempo il litorale viene progressivamente urbanizzato e alberghi, centri turistici, villaggi, cominciano a ricoprire i solchi lasciati dai carri armati che ancora fino a poco fa era possibile osservare, e località come Fuka, Sidi Abd El Rahman, El Alamein, da semplici villaggi cominciano a prendere la veste di agglomerati
urbani disordinati. Per Marsa Matruh il discorso è diverso perché innanzitutto è il più grosso centro fra Cairo e Alessandria e da sempre è la spiaggia dei locali.La scoperta poi del petrolio ha ulteriormente infierito sull’ambiente, infatti la piana desertica è ora costellata di torri di trivellazione e le compagnie stanno saggiando tutto il territorio, partecipando allo sminamento (si calcola che più di un milione di mine siano ancora attive e sepolte). Non so per quanto tempo, ma è ancora comunque possibile percorrere itinerari tematici ricchi di suggestione e di sorprese fra i tell, qeret, bir, gebel, deir, alam, bab, minqar attraversando le famose Rommel piste, pista Chianti, Whisky, Rossa, Tonnen piste, Eis piste, Otto piste fino ad arrivare al mitico Himeimat, Passo del cammello, oasi del Moghra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

dodici − sei =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.